
Fabrizio Festa
“La scuola è il mio poema tangibile”. Così scriveva Rabindranath Tagore, per il quale poesia e didattica erano momenti inseparabili della sua attività di artista e intellettuale. Sono parole che non possono lasciarci indifferenti. La poesia, infatti, è a un tempo la più esplicita e la più intima espressione dell’essere umano. Nella scuola, non importa di quale ordine e grado, trova perciò la sua naturale collocazione. E’ un modo, sempre citando un’altra felice metafora del poeta bengalese, per bussare alle menti dei ragazzi e lasciare che siano loro stessi ad aprire quelle porte. E’ soprattutto lo strumento più naturale per trasferire il sapere: sono le emozioni a veicolarlo, generando così sentimenti che spesso durano per la vita intera. E persino al di là della vita di ciascuno di noi, diventando storia. Questo straordinario processo di osmosi culturale da sempre avviene in due luoghi sostanzialmente affini: scuole e teatri, che sono i luoghi dove gli uomini imparano a vedere e ad ascoltare. I luoghi ove si rappresenta il mondo. I luoghi ove il mondo cambia nell’incontro di generazioni diverse. I luoghi dove appunto si può toccare la poesia. Sebbene siano luoghi affini, questo non implica che il loro legame culturale non possa essere spezzato. Sta a noi scegliere. Possiamo decidere d’interrompere ogni connessione tra scuole e teatri. Si possono chiudere questi ultimi e ridurre le prime a edifici fatiscenti, in cui studenti e professori debbono combattere per veder riconosciuto un diritto elementare: quello all’istruzione. All’istruzione pubblica, quella che include tutti perché l’istruzione è un diritto inalienabile di ciascuno essere umano. Possiamo al contrario decidere di consolidare, migliorare, rendere sempre più fluidi i collegamenti tra scuole e teatri. Dobbiamo decidere, in altre parole, se le nostre risorse vadano investite in un futuro dove il sapere sia a servizio di tutti, oppure di pochi.

