
Il merito principale di questa campagna elettorale è stato probabilmente quello di aver riportato al centro dell’attenzione un tema che, fino a ieri, era stato meno che marginale nel contesto del dibattito politico nazionale: quello della cultura. Negli ultimi mesi molte sono state le occasioni di pubblico confronto su questioni che – dagli asili nido al welfare, dalla scuola all’università, dalla ricerca ai teatri – strategicamente erano state impoverite dei loro effettivi contenuti, e ridotte a una contabilità, che dietro ai numeri (peraltro usati in maniera impropria, spesso priva di qualsiasi riferimento agli effettivi ordini di grandezza e al più generale ambito della spesa pubblica complessiva) celava le sue vere ragioni. Fare del nostro un paese a democrazia ridotta. Questa, infatti, la scelta culturale del governo. Una scelta che non a caso si riflette in quegli indirizzi di politica economica e finanziaria, che impediscono all’Italia di tornare a guardare al futuro, inchiodandola ad un difficile presente. Distruggere il sistema culturale pubblico, quel sistema che articola istruzione e sapere, dando la possibilità a tutti i cittadini senza distinzione di censo, di razza, di genere, di accedere a quanto arti e scienze producono, significa ridurre le opportunità di ciascuno di noi di esercitare al meglio il suo diritto e al tempo stesso di comprendere appieno il valore e la funzione dei suoi doveri. In altre parole, significa minare il fondamento stesso della convivenza civile. Che Bologna ne abbia sofferto più di altre città italiane è un segnale che dice molto della storia della nostra civitas. Bologna è stata, è e dovrebbe continuare a essere quella città in cui la qualità della vita, che è l’esito concreto delle scelte culturali compiute da chi amministra, è il centro dell’azione politica. Di conseguenza, proprio l’aver puntato i riflettori sui temi della cultura ha evidenziato quelle differenze, che, marcando la distanza tra i diversi candidati, obbligheranno i cittadini a fare una scelta non solo su questioni minime, di mera gestione del quotidiano, ma tra diverse visioni del mondo: il mondo che vogliamo ora e che vorremmo per le generazioni a venire. Dovremo scegliere tra un mondo in cui siano chiari diritti e doveri stabiliti da una carta costituzionale condivisa, oppure un mondo dove domini la legge del più furbo. Tra un mondo solidale e inclusivo, un mondo in cui si sappiano riconoscere anche nel pane i segni della storia, dell’arte e della scienza, e uno che fa del razzismo la sua bandiera, un mondo nel quale non ci si vergognerebbe di negare quel medesimo pane a chi ne avesse bisogno.