domenica 8 maggio 2011

Crisi d’identità


Coloro che, come chi scrive, sono arrivati a Bologna negli anni Settanta di un secolo che ormai è trascorso, non possono non essere stati colpiti dalla scelta di indicare per la carica di sindaco un rappresentante della Lega Nord. Forse anche feriti, perché scegliere di studiare, per poi restare a Bologna allora, come negli anni che seguirono, era prima tutto una scelta culturale, che prescindeva da qualsiasi considerazione connessa alle effettive possibilità di trovare, ad esempio, un lavoro. A Bologna lo studente universitario di quegli anni si sentiva a casa sua. Viveva cioè in una comunità, che aveva fatto dell’integrazione la sua forza. Un’integrazione peraltro realizzata su più dimensioni, non limitata cioè a settori specifici della popolazione (per esempio gli studenti), ma che invece si estendeva trasversalmente, unendo persino le differenti generazioni. Una forma di sodale accoglienza vissuta in totale spontaneità.
Che oggi si possa solo pensare di portare a Palazzo d’Accursio chi ha fatto della “dis-integrazione” il suo credo politico provoca quantomeno sconcerto. Del resto, quando la destra in questo nostro paese accusa la sinistra di aver egemonizzato la “cultura” inconsapevolmente ammette la sua più cocente sconfitta: non essere stata capace di creare, caduto il fascismo, di cui si ammirano ancora oggi in maniera neppure troppo velata gli atteggiamenti, riproducendone vezzi e vizi, una propria solida cultura. Tant’è che si affida alle improvvisazioni dei Berlusconi e dei Tremonti, per non dire del ministro Gelmini, figure che con la cultura, questa sì solida e radicata, della destra liberala europea nulla hanno a che vedere. Oppure alle volgarità pseudo dialettali del “padano” di turno. O a quella gestualità rozza e scomposta, che è il segno della sua stessa fragilità. Forse, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che in questo paese una destra vera non c’è, altrimenti un candidato sindaco per Bologna sarebbe riuscito ad esprimerlo.